Dialogo senza confini

“L’architettura inizia in outdoor”, parte così l’intervista a Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra, architetti di fama internazionale che, con la progettazione del Bosco Verticale, assieme a Stefano Boeri con cui fondarono lo studio nel 1999, per poi separarsi nel 2008 fondandone uno proprio, definiscono concretamente il valore necessario degli spazi outdoor nell’architettura anche, se non soprattutto, in quella urbana.

“Le rovine e i resti delle città greche e romane ci restituiscono sempre l’immagine di un’architettura aperta – il teatro greco, il tempio, la stoà, la domus romana – un modo di imbrigliare l’esterno e addomesticarlo senza necessariamente doverlo chiudere e separare dall’interno. Attorno alla corte della Domus Romana si assiepavano piccole stanze buie, la luce era tutta nella corte, aperta al cielo e alla pioggia. Il piano della corte nascondeva una cisterna dove si raccoglieva l’acqua piovana. Le architetture archetipiche sono dispositivi per gestire lo spazio esterno e renderlo fruibile. Ovviamente tutto ciò era possibile nel mondo mediterraneo dove il clima era più mite e dove le condizioni economiche e culturali consentivano, già duemila anni fa, di costruire città tecnologicamente raffinate. Se è vero che l’architettura si sviluppa perché il mondo, così com’è, è inabitabile, di quel mondo – naturale, imprevedibile, aperto, infinito – l’architettura ha una continua nostalgia, tanto da tentare in tutti i modi di tenerlo con sé e cercare modi per conviverci.”

“Ovviamente la latitudine, continua, genera il linguaggio architettonico. Le grandi vetrate dell’architettura del nord Europa – con gli interni affamati di luce – continueranno a contrastare con la soglia stratificata delle architetture del sud Europa, con ombre definite da un’innumerevole serie di dispositivi: portici, aggetti, logge, ecc. Difendersi dal sole o accoglierlo è uno dei compiti principali dell’architettura. Quando si fa un viaggio in direzione sud-nord attraversando l’Europa, leggiamo il graduale variare di questo meccanismo. Le finestre man mano aumentano di dimensione, si liberano di suppellettili (tende, veneziane, schermature), tendono a diventare un modello per tutto l’edificio: è a Londra che si inventa un’architettura fatta solo di vetro con il Crystal Palace nel 1850. Si inaugura allora un’età della trasparenza – nella quale siamo immersi ancora oggi – che tende a influenzare, attraverso un archetipo del nord, tutta l’architettura. Il sogno è che tra interno e esterno non ci siano differenze, che l’architettura possa arrivare a addomesticare il mondo. Questo sogno positivista dopo 150 anni è andato in crisi. Dobbiamo ripensarlo alla luce del fatto che un atteggiamento “colonialista” verso la natura non è più proponibile. I tentativi più interessanti oggi di lavorare in outdoor sono quelli che assumono un principio collaborativo e integrato con le condizioni evolutive del clima. E se le condizioni climatiche lo permettono, un edificio che – con qualunque destinazione d’uso – vede il suo spazio sfumare tra interno e esterno è sempre un’esperienza di grande fascino. E questa dimensione è tanto più affascinante quando è frutto di una sequenza, una serie di soglie e passaggi tra interno e esterno nei quali la luce, l’aria, la temperatura – in maniera graduale – cambiano e si modificano. E’ come se l’edificio fosse adattabile al variare delle stagioni. Negli ultimi anni abbiamo avuto occasione di progettare spazi di lavoro nei quali abbiamo sempre previsto uno spazio esterno che, a tutti gli effetti, diventa parte della vita dell’edificio ed è disponibile a chi vi lavora: la grande corte dello stabilimento Ugolini a Torrevecchia Pia, i piccoli patii dedicati agli infermieri nella grande “macchina” del nuovo Policlinico a 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Milano o ancora i giardini su cui si affacciano gli spazi di lavoro di Casa Siemens a Milano, non sono altro che luoghi dove il tempo di lavoro diluisce in forme di relazione più rilassate, momenti programmaticamente indeterminati che garantiscono un tempo differente, un rinnovato rapporto con il clima e la temperatura esterna, un contatto con la natura, uno spazio dove il “dolce far niente” acquista un senso positivo e produttivo. Ma l’outdoor può essere anche uno spazio che contribuisce al funzionamento dell’edificio in maniera più sostanziale. Sempre al Policlinico di Milano, oltre ai piccoli patii già menzionati, abbiamo immaginato che la copertura delle sale operatorie e delle sale parto potesse diventare un grande giardino terapeutico – il più grande al mondo, ampio come uno stadio di calcio – dove un arcipelago di spazi verdi possa essere un insieme di dispositivi per integrare le cure: luoghi destinati all’aromaterapia, all’orticoltura, alla pet therapy, alla riabilitazione all’aperto. Un giardino che “lavora”, a 500 metri dal Duomo di Milano. Ma lo spazio aperto “messo al lavoro” può essere declinato anche in termini agricoli. Allo scalo Greco Breda di Milano, prossimo alla Bicocca, il progetto Innesto proposto dal team rappresentato da Fondo Immobiliare Lombardia (FIL) gestito da Investire sgr, con Fondazione Housing Sociale (FHS) come partner strategico, Barreca & La Varra per il progetto architettonico e del paesaggio, e Arup Italia per la progettazione ambientale e urbanistica, è risultato vincitore. I 24.000 mq di nuova residenza sociale sono immersi in un micro parco agricolo con la presenza di 8.000 mq di orti urbani. E’ il primo progetto di “Housing Sociale” Zero Carbon in Italia, l’agricoltura di prossimità e di piccola scala innerva tutto lo spazio aperto e costituisce la matrice attorno al quale ogni spazio pubblico del nuovo quartiere si struttura. Infine, nelle situazioni di grande densità dove spesso ci capita di operare, è possibile pensare all’outdoor come un luogo di intensificazione sensoriale e spaziale. Piccoli cortili costretti tra gli edifici – è il caso dei progetti in via Pastorelli e via Fontana a Milano – possono restituire alla vita all’aperto uno spazio intenso, mutevole, cangiante. I pochi metri quadri dei cortili milanesi possono essere immaginati come progetti complessi, parchi in miniatura piuttosto che giardini, luoghi dove ogni singolo albero, ogni singolo elemento disegnato, assume un ruolo architettonico discreto e preciso, un invito a considerare che non esistono spazi piccoli ma solo visioni poco ambiziose.”

E come si progetta il benessere di uno spazio esterno, visivo e sensoriale?

“Qui entra in gioco un tema di grande attualità. Il clima sta cambiando, sempre più spesso si muove tra condizioni estreme che, se un tempo erano eccezionali, oggi sembrano confondere costantemente il fluire tradizionale delle stagioni. Da un lato c’è una domanda implicita di outdoor – le case nelle grandi città si rimpiccioliscono, le persone vivono più spesso da sole e quindi è lo spazio esterno quello dove si coltivano le relazioni – e dall’altro, le bizzarrie del clima rendono sempre più difficile progettare uno spazio esterno che riesca a rispondere continuativamente a questa domanda crescente. E’ un tema progettuale di grande complessità e interesse. Ed è un tema che si confronta con l’”eccesso”: un costante aumento della temperatura media d’estate, un improvviso manifestarsi di condizioni estreme in autunno o in primavera. Per fare fronte a queste condizioni l’unica opportunità è sperimentare luoghi che stringano un nuovo patto con gli elementi naturali, che accolgano la natura come un progetto intenzionale e “tecnologico”: l’acqua, l’ombra, il riparo dagli alberi, l’agricoltura sono gli elementi di naturalità che vanno riscoperti non solo secondo una tradizione romantica di abbellimento, ma secondo una prospettiva futura che le vede come tecnologie di un rinnovato rapporto con lo spazio aperto abitabile e fruibile.”

Testo di Rosita Romeo
Ritratti di Hira Grossi
Foto di Archivio Studio Barreca & La Varra