Storia e evoluzione degli stabilimenti balneari

Lo spazio è poco, come in certe file di ombrelloni della Liguria. Ci vorrebbe più spazio e, a volte, più moderazione. Alcune tende a Forte dei Marmi con frigorifero, le vere e proprie cabine/case del litorale laziale, il lusso sfrenato di alcuni stabilimenti con ristoranti apprezzati solo dagli istituti bancari. Vero è che i bagni, preferisco chiamarli così, sono cambiati molto, e hanno mediamente innalzato la qualità di comuni mortali che devono portare i bimbi in spiaggia, o compiere vita sociale con piedi finalmente liberi da scarpe. Gli arredi, la distribuzione degli spazi, i comfort di vario genere e l’organizzazione della comunità balneare è molto cambiata rispetto al tempo delle sdraio con tessuto a righe e dei costumi fascianti, con le altalene in acqua, sponsorizzate per sempre. “Dimmi dove vai, ti dirò chi sei”. Il “con chi”, se scegli uno Yachting club in costiera o un villaggio a mare in Sardegna, progettato da Fuksas o altra archistar, non è necessario. Visto che il “chi” si troverà lì, richiamato e riposizionato nel suo ruolo sociale dal progetto. Poi però ci sono sempre gli “imbucati”, le persone che entrano o che si fanno entrare perché appartengono a qualche cosa che serve. Sì, lo stabilimento balneare è cambiato, in un lobbysmo trasversale e in una aspirazionalità che i bagni solari non avevano, che l’Italia del dopoguerra non poteva e voleva permettersi. Con una nota progettuale che scavalca la sociologia e che diviene unica traccia per spiegare cosa è accaduto: si sono portati gli interni negli esterni. Le spiagge sono progetti di interior. Evviva!

Testo di Giorgio Tartaro